Remo Bianco: raccontarsi e non dimenticare sono i suoi imperativi. 70 opere, cataloghi, manifesti, articoli e fotografie d’epoca nella mostra curata da Lorella Giudici, per raccontare il suo percorso artistico fino al 6 ottobre 2019 nelle sale del Museo del Novecento di Milano.
Ironico, provocatorio, solitario, indipendente, poliedrico, imprevedibile, visionario, sentimentale, sognatore, sperimentatore, ossessionato dal passare del tempo, Remo Bianco è sempre al centro dei cenacoli dell’arte e della cultura degli anni Cinquanta e Sessanta da Milano a New York.
Remo Bianco lascia le sue “impronte” nel mondo dell’arte dall’età di 17 anni quando inizia a frequentare i suoi più grandi protagonisti, primo fra tutti il suo maestro Filippo De Pisis. A Milano in via Durini nello studio di De Pisis conosce artisti come Carrà, Sironi, Savinio, Soffici, Soldati, Marini, Cantatore; ma anche scrittori come Montale e Sinisgalli o registi come De Sica.
Nel suo percorso artistico incontra diverse strade Impressionismo, Espressionismo, Spazialismo, Movimento nucleare, Noveau Réalisme, ma decide di non scegliere un percorso già tracciato. L’unica strada a cui il pubblico e la critica hanno associato il suo nome è lo Spazialismo, ma Bianco cammina da solo. Lascia le sue impronte spesso anticipatrici, sebbene altrettanto spesso difficili da definire e datare con precisione, su una sua “strada privata” che però vuole aprire al pubblico.
Le opere sono esposte seguendo le diverse forme della sua creatività. Un ordine cronologico sarebbe stato impossibile, perché Remo Bianco ritorna ciclicamente sulle diverse serie. “Quello che mi capita è di non esaurire completamente un periodo. Sto cercando in un campo e mi appassiono in un altro e allora interrompo questo e incomincio quello e poi a distanza di anni riprendo. […]”. Remo Bianco
Impronte, Pagode, Collage, Tableaux dorés, Sacchettini, Sculture neve, 3D e Quadri parlanti (tra le opere presenti in mostra, ma molte di più sono le serie realizzate) in tutte Remo Bianco eleva ad Arte gli oggetti del suo vivere quotidiano. Oggetti preziosi e comprensibili solo per lui, perché “ricordi” di vita vissuta. Non riesce a separarsene e vive nel terrore che possano andare persi o peggio dimenticati. Allora la sua creatività diventa ricerca di forme e materiali per fissare i ricordi, per rendere eterna la loro memoria. L’atto artistico, però, non è soggettivo né emotivo, ma distante e “cerebrale”.
Crea le sue opere tridimensionali, i 3D, a partire dal 1948. Usa legno in principio e poi vetro e plastica, materiali che gli permettevano di giocare con trasparenze e superfici perfettamente lisce, e ancora metallo. Lastre con diverse forme e sagome, tra l’astratto e il figurativo, sono sovrapposte una sull’altra e creano una profondità che gioca su ombre e colori, vuoti e pieni, contrasti ed effetti specchianti, moduli o forme ripetuti. La maggior fortuna di queste opere è nella serie del 1965.
“Bianco studia lo spazio come tanti artisti a lui contemporanei e in un certo senso anticipa i Teatrini di Fontana, che nascono nel 1964. C’è indubbiamente una vicinanza nell’uso delle diverse quinte, ma il contenuto cambia completamente. I Teatrini di Fontana sono un racconto o l’evocazione di un paesaggio, invece in Bianco si tratta più di una ricerca. Si entra dentro queste forme, che sembrano lasciate da sagome di oggetti rubati e così bisogna leggerli, per poi scoprire la suggestione dei colori e dello spazio. Bianco imprigiona lo spettatore in questi mondi, che non sono assolutamente legati alla natura, ma fanno riferimento ad un’altra dimensione.” Lorella Giudici
Le opere tridimensionali entrano, insieme alle pagode e ai progetti speciali come quello di Milano del 1959, nella dimensione dell’Arte ambientale a cui Bianco mostra di interessarsi in più occasioni.
“In archivio e in alcune collezioni private – formatesi in tempi non sospetti, per lo più tramite doni dell’artista – sono conservati diversi fogli, datati 1959, legati a un grandioso progetto visionario che prevedeva di pannellare vaste zone di Milano, piazza del Duomo compresa, con gigantesche strutture tridimensionali, il cui ultimo strato sarebbero state le pareti dei grandi palazzi o la bella facciata del duomo.” Lorella Giudici
Il Manifesto dell’Arte Improntale, 1956
“L’Arte Improntale […] è una descrizione sostanzialmente realistica, il cui protagonista principale è il Tempo-Destino, in una realtà diretta essenziale come documento della voce degli aspetti e del suono delle cose che ci circondano.” Remo Bianco.
Le prime opere di Arte Improntale di Bianco risalgono al 1948 e sono solo tracce di oggetti: “Dipingo con un nuovo sistema: sporco di colore gli oggetti e li imprimo sulla tela, adopero anche le dita”, Remo Bianco. Incluse alcune di queste prime prove nei Tableaux Dorés. Le impronte diventano poi tridimensionali. Gli ambiti della sua ricerca si sovrappongono, Bianco usa gli stessi piccoli oggetti dei sacchettini e li ricrea fedelmente e li rende immortali attraverso colature di gomma, in pochi casi di gesso, o strati di carta pressati.
“Queste opere hanno in sé un che di archeologico, ricordano reperti di corredi funerari. Negli stampi gli oggetti non sono ammassati, ma schierati, in ordine, come fossero il vocabolario di una vita che è stata scandita da questi piccoli oggetti di tutti i giorni. Bianco rende il ricordo un’opera concettuale.” Lorella Giudici
Bianco non si accontenta, va oltre, e realizza un’impronta in gomma del suo corpo, da entrambi i lati, e della sua mano. Arriverà a creare anche le Impronte viventi: Venezia, 1964, in una mostra alcune modelle posano immobili nelle sale, intorno alle pareti impronte dei loro corpi.

Strettamente legati alle Impronte, i Sacchettini racchiudono gli stessi piccoli oggetti e vanno a formare sulle tele il “Museo dell’osservazione” di Bianco, a partire dal 1956. Sono tutti allineati in modo ordinato come i riquadri dei contemporanei Tableaux Dorés. “Mi appassiono a questi piccoli giocattoli, a volte li rubo ai bambini, o li trovo abbandonati nei cortili o li acquisto nelle latterie della periferia” Remo Bianco.

I collage si collocano intorno al 1955, dopo il viaggio in America. Viaggio che sarà per lui fondamentale. Qui si avvicina agli espressionisti astratti, conosce e frequenta Pollok. Colpito dai gesti espressivi dell’artista, una volta rientrato in Italia, Bianco realizza alcune opere ad olio in cui improvvisa con pennellate casuali e astratte; ma la sua ricerca non si ferma al primo risultato. Taglia i lavori in tanti piccoli e ordinati quadratini e rettangoli, che poi riassembla su una tela mescolando colori e opere. Il disordine è solo apparente, i collage di Bianco seguono dei rigorosi criteri geometrici.
Al 1957 risalgono i primi Tableaux Dorés. Le foglie d’oro richiamano l’oriente, mentre i rettangoli disposti in ordine in diverse file ricordano i tarocchi che la madre utilizzava in sedute di cartomanzia.
Collage, Tableaux Dorés e 3D andranno a rivestire o costruire molte delle sue Pagode, una decina circa. Sono opere tridimensionali nate per una mostra “Pagode. Ricordi di un viaggio in Oriente”, che si tenne al Casinò del Lido di Venezia nel 1961. Il primo viaggio in Oriente di Bianco fu la Tunisia nel 1943, a cui seguirono Iran, Arabia, Libia, Egitto, India, la Persia e in particolare Teheran. Colori e decorazioni, arazzi e tappeti lo ispirarono nella realizzazione delle Pagode. Destinate ad essere esposte all’interno della casa da gioco, vennero in realtà messe fuori innalzandosi verso l’alto come le guglie dei minareti, perché Bianco le realizzò molto più grandi di quanto richiesto.
Tra le Pagode presenti in mostra, quella di piccole dimensioni realizzata con i Tableaux Dorés è in realtà solo un modello di prova.
Nel periodo del dopo guerra Bianco lavora molto sullo stupore. Voleva che la gente riscoprisse il piacere di stupirsi. “Le Pagode erano piene di doni. Avevo acquistato al completo una piccola vetrina di gioielli d’oro, relativamente piccoli: amuleti piccoli Budda elefantini stelline, cose di questo genere, che però nell’insieme erano costate una piccola fortuna. […] Una Pagoda era trafitta di sigari molto costosi […] un’altra si apriva e ne uscivano delle bianche colombe; in un’altra centinaia di piccoli cassetti racchiudevano dei doni e anche del denaro. […]”, Remo Bianco.
“Le pagode sono tante e di diverso tipo, a lui interessavano soprattutto come architetture, tanto è vero che c’era addirittura un progetto finanziato da un industriale tedesco per sostituire il campanile di San Marco a Venezia con una Pagoda (1972). Purtroppo, la burocrazia ha fermato questo progetto. Alcune Pagode ricordano un castello di carte e il tema delle carte ritorna spesso nella vita di Bianco. La madre leggeva i tarocchi nel suo quartiere, in una Milano che viveva i tempi difficili del dopoguerra. La lettura delle carte era ricambiata con prodotti dell’orto o pollame, ma la mamma di Bianco così faceva quadrare il bilancio della famiglia.” Lorella Giudici
Del 1965 è il “Manifesto dell’Arte Sovrastrutturale”, conseguenza delle ricerche dell’Arte Improntale, questo ciclo comprende le Sculture calde, le Trafitture e le Sculture neve presenti in questa mostra.
Come dice lo stesso titolo della serie, la neve artificiale ricopre gli oggetti, quasi sempre giocattoli ma anche oggetti di tutti i giorni, e le persone, Bianco stesso o suoi amici come documentano alcune foto d’epoca. Esattamente come nei paesaggi invernali reali, tutto acquista una certa magia e poesia, tutto si uniforma, il tempo si ferma, anzi si congela, e per “fermare in eterno” questa atmosfera Bianco ripone le sue composizioni “innevate” in teche, simili a quelle dei musei.
A Venezia Bianco inizia a raccogliere delle impronte sonore da cui nasceranno poi i Quadri parlanti, voci o suoni o frasi di senso compiuto, esposti per la prima volta nel 1974.
“Gli anni ’70 sono gli anni in cui la pittura viene accantonata sempre di più, domina l’arte concettuale. In questo contesto Bianco lavora con la parola, ‘la parola con il cuore in mano’. I quadri, una tela bianca o nera o una fotografia, raccontano tante cose. Si ascoltano da molto vicino, come un confessionale. Tecnicamente sono dotati di una fotocellula che fa partire la registrazione appena il visitatore si avvicina; dietro la tela c’è un registratore stereo 8, originale, con due casse.” Lorella Giudici
“Signore… signore… Sì, dico a Lei, scusi. Vuole avvicinarsi un momento? … più vicino, così. No, non, ha sbagliato, forse. Lei deve stare proprio di fronte alla cellula fotoelettrica, allora io posso parlare… Senta… io… sono il pittore Remo Bianco. Non mi conosce. […] Che cosa voglio … io vorrei da lei un po’ meno di indifferenza; tutto quello che io ho fatto lei lo ignora completamente. Anche adesso vuole andarsene. […] Io ce l’ho con lei perché è proprio per lei che io sono qui, signore” Remo Bianco. L’immagine di Bianco di questo quadro parlante era stata utilizzata nel 1965 sui tram milanesi per pubblicizzare una mostra alla Galleria del Naviglio.
L’evoluzione dei Quadri parlanti sarà Il Cimitero vivente, una serie di telefoni con cui si poteva interagire. Una persona (uno storico dell’arte, una sarta, un veterinario e così via) raccontava la sua storia, si trattava praticamente di “un campionario della società negli anni settanta”.
Cataloghi, manifesti, articoli e fotografie d’epoca della Fondazione Remo Bianco completeranno il percorso nell’arte di Remo Bianco.

Remo Bianco. Le impronte della
memoria
5 Luglio 2019 – 6 Ottobre 2019
Milano, Museo del Novecento
Orari
lunedì dalle ore 14.30 alle ore 19.30
martedì, mercoledì, venerdì e domenica
dalle 9.30 alle 19.30
giovedì e sabato dalle 9.30 alle 22.30